giovedì 10 dicembre 2009

UN MODO ITALIANO PER LA LEAN PRODUCTION PER LE PMI

Perché nonostante ormai più di un decennio di propaganda e di sbandieramento del meraviglioso esempio della Toyota™ (leggi Lean Production, Lean Thinking, ecc) la sua applicazione a livello delle PMI si scontra ancora con la diffidenza degli imprenditori?
In fin dei conti gli obiettivi proposti (ad es. guerra agli sprechi, abbattimento di scorte e tempi di consegna, qualità di prodotto e dei servizi ecc) sarebbero e sono assolutamente condivisibili, specialmente in periodi difficili come questi.
Forse i metodi proposti sono difficilmente implementabili nella quotidianità della PMI italiana oppure alcuni di questi metodi li conosciamo e li applichiamo già da tempo ma non abbiamo ancora trovato un nome in inglese per definirli.
Nell'articolo Lean Production, Lean Manufacturing, Lean Thinking, Toyota Production System con gli italiani delle PMI, pubblicato sul sito di OA, Giancarlo Bonet illustra cosa c'è di buono e di attuabile per rilanciare l'azienda.

martedì 1 luglio 2008

LE PARI OPPORTUNITA'

(serie: Gli inganni nella comunicazione 3) - È un inno di battaglia e ne hanno fatto persino un Ministero, ma siamo sicuri che favorisca davvero l’uguaglianza?

Mario e Lucia, entrambi sui trent’anni, hanno appena vissuto la triste esperienza di trovarsi all’improvviso senza lavoro per la chiusura delle aziende dove erano impiegati. Rendendosi conto della difficoltà di trovare una nuova occupazione ed essendo animati da un certo desiderio di autonomia, stanno valutando la possibilità di mettere in piedi una propria attività imprenditoriale. A causa della loro preparazione scolastica e della precedente esperienza lavorativa hanno entrambi in mente di aprire una tipografia. Non si sono mai incontrati prima, ma il caso vuole che oggi si trovino tutti e due nella sala d’attesa della locale Camera di Commercio per ottenere informazioni sulle agevolazioni per la nuova imprenditoria.
Seguiamo i nostri due aspiranti imprenditori mentre parlano con il funzionario.
Buon Giorno – saluta Lucia – Io avrei intenzione di aprire una tipografia. Ho sentito parlare di possibili agevolazioni per chi inizia una nuova attività e sono venuta ad informarmi”. “Certamente. Lei può accedere a dei contributi… – incomincia a spiegare l’addetto – … inoltre può ottenere…”.
Molto bene – afferma Lucia al termine delle spiegazioni – È proprio interessante. Può darmi i moduli per richiedere queste agevolazioni?” E dopo averli ottenuti se ne va con una certa soddisfazione.
Mario, nel vederla uscire così allegra e con un fascio di documenti sotto braccio, si sente sollevato perché pensa “Ottimo. Vuol dire che davvero è possibile essere aiutati nel mettere in piedi un’azienda”. Così, con un largo sorriso, spiega le ragioni della sua presenza. “Buon Giorno – esordisce Mario – Io avrei intenzione di aprire una tipografia. Ho sentito parlare di possibili agevolazioni per chi inizia una nuova attività e sono venuto a informarmi”. “Mi dispiace – si sente rispondere – ma non esistono forme di aiuti per lei”. “Ma allora, - replica stupito Mario – queste agevolazioni di cui avevo sentito parlare? E la signora che è entrata qui prima di me?”. “La signora può accedere ai contributi a sostegno dell’imprenditoria femminile” – risponde il solerte funzionario. Lei vuole dirmi che l’unico motivo per cui non posso accedere a degli aiuti è perché non sono una donna?” “Sì, è proprio così”, ammette l’altro con un certo imbarazzo.
A questo punto Mario ha due alternative: aprire la sua tipografia puntando unicamente sulle sue risorse oppure rinunciare al suo progetto e mettersi a cercare un lavoro da dipendente. Vediamo cosa succede nel primo caso.
Per raccogliere il denaro necessario alla sua nuova attività Mario dà fondo alla sua piccola liquidità, si fa prestare del denaro da alcuni parenti, ottiene un finanziamento da una banca accendendo un’ipoteca sulla sua casa. Così, avendo una capacità di spesa limitata, deve accontentarsi di acquistare macchinari meno moderni e veloci, perdendo in competitività e in capacità produttiva. Avendo pesanti rate da pagare e relativi interessi, deve praticare prezzi più elevati. Non avendo più risorse economiche, non può investire nella promozione della sua attività.
Nel frattempo, sulla stessa piazza, ha aperto un’altra tipografia: quella di Lucia che, potendo disporre di alcuni finanziamenti a fondo perduto ed altri a condizioni molto favorevoli, ha potuto dotarsi di macchinari più moderni ed evoluti. Questo le ha permesso di offrire prestazioni più elevate e a costi minori. Non dovendo pagare interessi elevati ha una redditività più alta, il che le permette nuovi investimenti, compresi quelli in attività promozionali.
Il risultato è che, in poco tempo, Mario è costretto a chiudere la propria attività, trovandosi pieno di debiti e, nuovamente, senza lavoro. Lucia, invece, sta pensando di trasferirsi in una sede più ampia.
Prima di trarre una conclusione dalla nostra storia, esaminiamo un’altra situazione.
Paolo e Monica sono due giovani disoccupati. Entrambi sono in possesso di una laurea breve in scienze economiche. Non riuscendo a trovare un lavoro continuativo pensano che un corso di specializzazione li possa aiutare a trovarne uno. Avendo letto un annuncio in merito sul giornale, entrambi si recano a chiedere informazioni.
Buon Giorno – saluta Monica – sono una giovane disoccupata e sono venuta a iscrivermi al corso di Assistenti di Direzione organizzato dalla Regione Lazio. Cosa devo fare?”. Dopo aver ricevuto risposta, conclude con “Bene. È proprio interessante. Mi iscrivo subito”.
Ora è il turno di Paolo di informarsi. “Buon Giorno. Sono un giovane disoccupato e sono venuto a iscrivermi al corso di Assistenti di Direzione organizzato dalla Regione Lazio. Cosa devo fare?”. “Mi dispiace – afferma categoricamente l’impiegato della Regione – ma questo è un corso organizzato per aiutare le donne a entrare nei livelli direttivi”. Ma allora – replica un furioso Paolo – lei vuole dirmi che l’unico motivo per cui non posso accedere a questo corso è perché non sono una donna?” “Sì, è proprio così”, riconosce l’altro con un certo imbarazzo.

È possibile chiamare tutto questo “pari opportunità”? Che cosa c’è di “pari” in situazioni come quelle descritte? L’una e l’altra non creano invece vere e proprie diseguaglianze, non costituiscono vere e proprie ingiustizie? Naturalmente la risposta che tutti forniscono è “Per gli uomini è più facile trovare lavoro, fare carriera, aprire un’impresa. Queste leggi servono a creare un riequilibrio che, oggi come oggi, è a svantaggio delle donne”. Peccato che queste persone dimentichino che Mario e Paolo non sono “gli uomini” e che Lucia e Monica non sono “le donne”, ma sono semplicemente quattro “persone” che, almeno in teoria, dovrebbero godere degli stessi diritti e degli stessi doveri. Per creare una fittizia “pari opportunità” tra le due impersonali e artificiose categorie “uomini” e “donne” si realizzino delle palesi disparità (e quindi ingiustizie) tra individui reali.
Sarebbe come dire “Poiché nel XIX° secolo i negri sono stati schiavi dei bianchi, ora, in nome delle pari opportunità, i bianchi dovranno essere schiavi dei negri per un uguale ammontare di anni”! Con ciò dimenticando, tra l’altro, che la schiavitù era pratica comune tra gli stessi negri e che a condurre alle navi negriere tanti poveri infelici erano spesso proprio altri negri appartenenti a qualche altra etnia o tribù. Si trascura altresì che la schiavitù è stata praticata anche tra bianchi e bianchi appartenenti a nazioni diverse. Non solo: persino tra persone appartenenti alla stessa nazione ma a classi sociali diverse. Come è possibile pensare di ricreare una qualche forma di “pari opportunità”?
Che il termine “pari opportunità” sia solo un inganno comunicativo è dimostrato sia dal semplice fatto che se si ribaltasse il genere tutti griderebbero allo scandalo e all’ingiustizia (ve l’immaginate qualcuno che semplicemente osasse organizzare un corso riservato agli uomini?), sia dal fatto che si usi questa espressione anziché quella corretta di “provvidenze a favore delle donne”. Ma questo suonerebbe a tutti molto meno nobile e ne dichiarerebbe la sua natura “di parte”.
Per quanto nobili possano essere le intenzioni (aiutare le donne a trovare un lavoro qualificato, accedere a ogni livello gerarchico, crearsi un lavoro autonomo, ecc.) la manipolazione del linguaggio rivela la volontà di manipolare le menti e la debolezza delle proprie argomentazioni. È un’attività eticamente condannabile in quanto intrinsecamente disonesta. Alla fine, rende un pessimo servizio alla causa che dichiara di voler servire.


Il presente articolo è stato pubblicato su Comunitazione il 27.03.2008

martedì 6 maggio 2008

COMUNICARE E' ANCHE QUESTIONE DI MOMENTO

(serie: Comunicare con intelligenza 2) - Il vecchio adagio “non fare domani quello che avresti potuto fare oggi” trova un’opportuna applicazione nel campo della comunicazione nel nuovo motto “non dire dopo quello che avresti potuto dire prima”

State percorrendo l’autostrada in un giorno di fitta nebbia. La vostra velocità è ridotta, ma non lenta. Avete acceso i fari fendinebbia. Certo non vi sono di aiuto per vedere, ma ad essere visto sì, anche a buona distanza. Questo vi dà un certo senso di sicurezza. La prova è davanti ai vostri occhi: voi vedete per tempo i veicoli che vi precedono proprio perché anche loro hanno uno o due potenti fari rossi sul retro. Se voi vedete bene quei grossi cerchi luminosi e rossi, gli altri vedranno i vostri. Davvero una gran bella invenzione, i fari fendinebbia.
Proseguite ancora qualche chilometro, poi il vostro cervello vi manda un lieve segnale di inquietudine. Fissate ancora meglio lo sguardo davanti a voi e notate che, a una certa distanza, dritto davanti a voi, una zona ristretta della nebbia sembra un po’ più scura di tutto il resto. Cosa sarà mai? Poco dopo, quella che dapprincipio sembrava una macchia appena percettibile, si trasforma in un’ombra più scura, ma non riuscite a capire ancora cosa sia. Un’illusione ottica delle particelle umide di nebbia? Ma ancora un altro brevissimo lasso di tempo e percepite una vaga forma rettangolare che diventa man mano più distinta. Ancora un attimo e distinguete, confusa ma certa, la sagoma di un grosso camion. Rallentate immediatamente, mentre vi chiedete se stia viaggiando a fari spenti. Un contrabbandiere di sigarette o un ladro di camion che sta cercando di passare inosservato approfittando della fitta nebbia? Ma ecco apparire, prima tremule e confuse, tanto da apparirvi fiochi lumini da cimitero, poi nitide, le luci posteriori dell’autocarro. Anche ora che lo state sorpassando vi stupite di quei “mozziconi” di luci che continuate a distinguere con qualche difficoltà.
Purtroppo, nel proseguire il vostro viaggio, vi imbatterete in altre situazioni analoghe, sia con i camion sia con le autovetture.
Chiediamoci: perché quel camion o quell’auto non usa i fari fendinebbia o, quantomeno, delle luci forti? Che senso ha accendere le luci di un veicolo se queste sono talmente deboli da lasciar distinguere il veicolo prima delle luci stesse? In quelle condizioni, è come non avere alcuna luce. È per “rispettare” la legge che le impone? È perché, tanto, sono lì, le ha montate il costruttore? Dovrebbe costituire interesse di chi guida il mezzo di segnalare la propria presenza in caso di nebbia o di oscurità. Quante vite umane, infatti, sono state spezzate a causa di questa negligenza? E il danno economico?
Restiamo ancora un po’ in ambito stradale. Avete molti chilometri da percorrere e molta fretta. Prendere l’autostrada è la soluzione ideale. Siete ormai al casello di entrata, vi avvicinate ad una delle porte per prendere il biglietto, notate un cartello luminoso che dice “Coda sette chilometri tra Mestre Ovest e Dolo”. “Certo non è il caso di entrare in autostrada proprio qui a Mestre Ovest – pensate voi – meglio prendere la statale ed entrare a Dolo”. Avete ragione. Peccato che ormai siate in trappola. Non potete più tornare indietro. Siete costretti a entrare in autostrada e sorbirvi i vostri sette (o più?) chilometri di coda. Ma non preoccupatevi: se vi va bene, la protezione civile vi distribuirà bottiglie di acqua e qualche mazzo di carte per ammazzare il tempo (anche se voi, veramente, vorreste “ammazzare” qualcun altro). Ma non bastava segnalare la presenza della coda a una qualche distanza dal casello in modo che fosse possibile scegliere una strada alternativa?
Quante volte abbiamo trovato il personale della società delle autostrade segnalare una coda con il loro mezzo fermo cinque metri dopo una svincolo anziché, come logica comanderebbe, cinque (meglio cinquanta) metri prima?
Ci rendiamo conto che questi sono esempi lampanti della nostra incapacità di comunicare? Crediamo che basti gridare “al lupo” quando il lupo è già entrato nel pollaio? Crediamo che basti mettere un cartello “pericolo di crollo”, scritto in carattere TimesNewRoman 12, appeso a due metri di altezza, sul muro di un palazzo pericolante per salvaguardare la vita dei passanti?
Purtroppo, questo avviene ovunque, non solo lungo le nostre strade.
Un professionista, da molti anni cliente della stessa banca, decide di chiudere il suo vecchio conto perché gli venivano addebitate spese per oltre duecento euro all’anno e ne apre un altro in un altro istituto che gliene chiede solo la decima parte. È SOLO allora che il funzionario della prima banca cerca di trattenere l’ormai ex cliente affermando “anche la nostra banca può offrirle le stesse condizioni, anzi, ancora più basse”! E quando l’altro gli chiede “perché non me l’avete detto prima?”, sa solo dire “abbiamo così tanti clienti che non possiamo andarlo a dire a tutti. Era lei che doveva venire a chiederci se c’erano nuove e migliori condizioni da offrirle”!?!
E pensare che le stesse banche, capaci di incrociare milioni di dati, anche di non clienti, per monitorare continuamente il puntuale pagamento di una rata o di una bolletta, non sono capaci di dire ai propri clienti: “abbiamo un nuovo conto, che costa meno”? Quel “capaci” non si riferisce ad aspetti tecnici, ma alla volontà e alla comprensione di cosa voglia dire “comunicare”.
Questo non è un difetto solo dei potenti della finanza. Anche le imprese, grandi e piccole, non ne sono immuni.
Quante aziende (e commercianti, e professionisti) aspettano che il cliente chiami arrabbiato perché il prodotto ordinato non è ancora arrivato, prima di dire (comunicare) loro che “c’è stato un imprevisto sciopero delle maestranze”, o “il nostro macchinario si è guastato e ci vorranno altri sette giorni per la consegna”, o “il camion che doveva effettuare la consegna è rimasto coinvolto in un incidente”, o “…” ? Perché non hanno giocato di anticipo e non hanno chiamato loro il cliente, prima? Avrebbero “governato” la situazione e, probabilmente, avrebbero evitato la furia del cliente.
Quante aziende si preoccupano di comunicare la normativa interna solo dopo che è successo qualche incidente, o qualche problema con la privacy o qualche violazione delle regole aziendali?
Come non basta aprire la bocca per comunicare, non basta nemmeno semplicemente “comunicare”, bisogna farlo al momento opportuno. In genere, quel momento è “prima”.


Il presente articolo è stato pubblicato su Connecting-Managers il 18.07.2007

venerdì 28 marzo 2008

COMUNICARE NON E' INVENTARE NUOVE PAROLE

(serie: Comunicare con Intelligenza 1) - Ci sono parole cariche di emozioni. Quando queste sono negative, invece di cambiare l’emozione, cambiamo le parole. È come se bastasse cambiargli nome perché un vulcano o un terremoto perdessero la loro potenza distruttrice.

L’uso delle parole, si sa, cambia con il tempo. Non è solo questione di evoluzione di una lingua per seguire il progresso scientifico. Nessuno sentiva il bisogno di inventare il vocabolo “aeroplano” finché qualcuno non si mise a costruire quelle che, inizialmente, venivano chiamate “macchine volanti”. Fino a una decina d’anni fa la parola “telefonino” era un vezzeggiativo, un diminutivo per indicare un “piccolo telefono”, cioè un giocattolo per bambini o un soprammobile. Oggi identifica quel mezzo di comunicazione di messaggi (parlati o scritti) e di sé (status symbol) che hanno anche i bambini di dieci anni.
L’evoluzione di una lingua ha anche motivazioni sociali. Quando cambiano i modi di rapportarsi tra le persone avviene un cambiamento in quello che chiamiamo “registro”. Negli anni Trenta si usava il “voi”, negli anni Cinquanta il “lei”, ora sembra che sia l’epoca dell’egualitario “tu”. Chi usa più espressi come “Voglia ella farsi interprete…” ?
Un altro motivo di cambiamento in una lingua è l’influenza di termini stranieri. Diciamo infatti che il latino è una lingua morta, mentre l’italiano è una lingua viva. Pensiamo a parole come ticket, shopping, fitness, pass, ecc. entrate nel linguaggio comune.
Ma qui vogliamo attirare l’attenzione su un tipo particolare di evoluzione: quella dei vocaboli che si riferiscono a persone o mestieri poco apprezzati socialmente o oggetto di imbarazzo o di derisione.
Uno di questi è “spazzino”, ovvero colui che provvedeva alla raccolta delle nostre immondizie per portarle alle discariche pubbliche. Si chiamava così perché, appunto, “spazzava” via (eliminava) i rifiuti domestici. Se si chiedeva a un bambino quale fosse il mestiere di suo padre, lo diceva ad alta voce se questi faceva l’impiegato, il medico, il commerciante; lo diceva a mezza voce se faceva l’operaio; diventava rosso dall’imbarazzo, se non dalla vergogna, se faceva lo spazzino. E non era diverso se la domanda veniva fatta alla moglie o al diretto interessato.
Se una giovane donna presentava al padre il suo innamorato e questi di mestiere faceva lo spazzino, sapeva già che il genitore non avrebbe molto approvato la sua scelta.
Come hanno pensato i nostri comunicatori di risolvere questa imbarazzante situazione? Semplicissimo. Hanno inventato un nuovo nome: “netturbino”. Fu un successo… all’inizio. Dire “netturbino” dava l’idea di un mestiere importante, visto che pochi sapevano cosa volesse dire. E anche se al nome si faceva seguire una spiegazione, il termine sembrava già più elevato di “spazzino”. Ma, col tempo, la nuova parola è andata pienamente a sostituirsi alla precedente sino ad assumerne la stessa scarsa valenza sociale. Si era così al punto di partenza.
Cosa fare? Ecco i nostri bravi comunicatori industriarsi a coniare un nuove termine. Ed fu così che venne alla luce il fantastico “operatore ecologico”. Un’idea geniale, perché il semplice raddoppio di parole necessarie faceva sembrare doppiamente importante la relativa professione. Inoltre l’abbinamento di un sostantivo con un aggettivo suggeriva l’appartenenza ad una categoria più vasta, quella generale degli “operatori” (operatore commerciale, operatore sanitario, ecc.). Inoltre lo specifico aggettivo si sposava con la crescente sensibilità ambientalista del pubblico in genere. Al momento questo nome suona bene, ma quanto tempo ci vorrà perché riassorba in sé tutte le valenze negative dei precedenti “netturbino” e “spazzino”? Appena la gente accompagnerà la parola “operatore ecologico” all’immagine di “colui che raccoglie i rifiuti”, saremo tornati al punti di partenza.
Non solo. C’è da notare che, a mano a mano, che il termine si “elevava”, scemava il livello di servizio reso. Infatti, mentre lo “spazzino” raccoglieva le immondizie nel suo carretto (a pedali un tempo, poi motorizzato) e raccoglieva anche i sacchetti posti fuori dai contenitori e lo sporco eventualmente caduto per terra, oggi l’ “operatore ecologico” passa con il camion, svuota automaticamente il cassonetto, ma lascia dove si trova tutto ciò che eventualmente dovesse essere finito per terra durante tale operazione, come tutto ciò che incivili o distratti cittadini hanno depositato o fatto cadere fuori dai cassonetti. Quindi lo “spazzino” lavorava meglio dell’ “operatore ecologico”. Il risultato è che ora quelle che chiamiamo pomposamente “isole ecologiche” (una volta dette “angolo dei cassonetti”) non sono altro che maleodoranti, antigienici e rivoltanti accumuli di sporcizia.
Ma passiamo a un altro esempio. Coloro che tra noi, per nascita, infortunio o malattia erano colpiti da qualche disgrazia invalidante, venivano chiamati “minorati”. Ma dire di qualcuno che era un “minorato mentale” o un “minorato fisico” suonava negativamente alle orecchie di troppe persone. Molte, infatti, accompagnavano questo termine con atteggiamenti negativi, quali imbarazzo, disprezzo, compassione, allentamento, e così via.
Di nuovo, solerti comunicatori hanno identificato la soluzione del problema (tale sia per chi era colpito da tali limitazioni, sia per le cosiddette persone “normali”) sostituendo a “minorato” la parola “handicappato”. Un’idea vista da molti come geniale perché prendendo un vocabolo straniero e italianizzandolo si è pensato che indicare, per esempio, uno storpio come handicappato si pensava che avrebbe superato ogni imbarazzo dall’una come dall’altra parte.
Anche qui è stato un successo iniziale. Nemmeno i giornali avevano alcuna remora a usare questo termine persino nei titoli dei loro articoli. Ma presto il termine ha assunto la stessa valenza del vecchio nome, cosa questa che ha richiesto l’invenzione di un nuovo termine. Siamo così passati a “portatore di handicap”. Pure questa è sembrata una pietra miliare, una soluzione definitiva. Sì, perché mentre “handicappato”, essendo un aggettivo sostantivato, faceva coincidere il problema con la persona, ora si scindevano le due cose: la persona è definita “portatore” (siamo tutti portatori di qualcosa, se non altro di buone o cattive notizie...), di che cosa? Di un handicap, cioè di qualcosa a lui esterna.
Un uovo iniziale successo. Ma col tempo (non molto in verità) la reazione delle persone direttamente coinvolte e degli altri è tornata ad essere quella di prima: nessun cambiamento di vocabolo può modificare in alcuna maniera nessuna situazione. Altro balzo inventivo e i comunicatori hanno ora coniato il termine “diversamente abile”. Non sappiamo quanto lunga sarà la vita di questo termine così “carino”, ma così privo di un vero significato data la sua assoluta genericità. Non siamo forse tutti “diversamente abili” gli uni dagli altri? E quale diversa “abilità” ha quell’infelice il cui cervello non gli permette alcuna forma di pensiero?
Cosa vuol dire tutto questo? Che anche in questo caso è stata scelta la via più facile ma anche quella meno efficace.
Coloro che, quando vedono qualcuno con delle limitazioni lo guardano o gli si rivolgono con disprezzo o superiorità o si girano dall’altra parte o lo deridono, lo faranno anche se potessimo cambiare ogni giorno nome alle malattie o alla malformazioni. Possiamo dire “cieco” o “non vedente”, “sordo” o “non udente”, “mongoloide” o “down” con estrema gentilezza, simpatia, comprensione e sensibilità o con supremo sprezzo e scherno. Serve a poco, sui mezzi pubblici di trasporto, sostituire la targhetta “posto riservato agli anziani e agli handicappati” con “posto per passeggero con ridotta capacità motoria” quando poi non ci si preoccupa di educare le menti. Non sono le parole a fare la differenza, ma i pensieri e i sentimenti che abbiamo dentro di noi.
È qui che può fare la differenza la vera comunicazione con la sua capacità di informazione e di educazione. I veri comunicatori non sono tali perché sono bravi a parlare, ma perché capaci di far riflettere e di far comprendere le cose.
Invece di cambiare nome agli “spazzini” non sarebbe stato meglio che le Aziende incaricate della raccolta dei rifiuti facessero una campagna per “comunicare” l’immensa utilità del loro lavoro, facendo capire ai cittadini che senza l’opera degli spazzini la nostra vita sarebbe in pericolo e le nostre città invivibili? Comunicare questo avrebbe reso gli spazzini (e le loro mogli, i loro figli) fieri di essere tali.
Pensiamo ai vigili urbani. Nessuno di noi li ama, vero? Non sono forse loro quelli che ci mettono le multe quando lasciamo l’auto in sosta vietata, attraversiamo imprudentemente un incrocio all’arancione, non ci fermiamo allo stop? Invece di preoccuparsi ogni tanto di cambiare il loro nome (“vigili urbani”, poi “polizia municipale”, quindi “polizia locale”) non sarebbe stato più lungimirante, da parte delle varie Municipalità, spendere qualche soldo per comunicare alla cittadinanza il servizio che rendono a tutti noi? Non è forse grazie a loro che possiamo attraversare con maggiore sicurezza le nostre strade, abbiamo meno paura di attraversare con il verde, c’è un po’ più di tutela nelle nostre città?
Comunicazione è far capire, non inventare nuove parole.


Il presente articolo è stato pubblicato su Connecting-Managers il 2.07.2007

giovedì 6 marzo 2008

SIAMO TUTTI UGUALI

(serie: Gli inganni nella comunicazione 2) - È forse questa una delle affermazioni più universalmente condivise. Infatti è una “bella” affermazione. Ma ci siamo mai chiesti se, oltre che bella, sia anche vera?

L’espressione “siamo tutti uguali” è una di quelle che vanno molto di moda nella società del politically correct. Fa molto “democratico” ed è considerata dimostrazione di una certa dose di umiltà, cosa questa che piace molto ad una cultura nemica di ogni voce fuori dal coro. La troviamo sotto ogni forma e varietà nelle pagine dei giornali, nelle conversazioni private, nei pubblici dibattiti, nelle emittenti radio e televisive. La sua presenza è universale e viene tirata fuori per qualunque argomento, come un coniglio dal cilindro del mago. La sua diffusione è talmente veloce e capillare che ad essa ben si addice quanto Rossini disse sulla calunnia “…lo schiamazzo va crescendo, prende forza a poco a poco, vola già di loco in loco; … alla fin trabocca e scoppia, si propaga e si raddoppia, e produce un’esplosione come un colpo di cannone, un terremoto, un temporale che fa l’aria rimbombar …”[1].
Dalla categorica affermazione “tutti gli uomini sono uguali” ne derivano le altrettanto classiche: “le donne sono uguali agli uomini”, “tutte le razze sono uguali”, “tutti i popoli sono uguali” e così via. Tutto questo piace molto ed è universalmente accettato, tanto che se qualcuno osasse dire il contrario sarebbe immediatamente messo a tacere sotto una salva di “maschilista”, “razzista”, “dittatore” e altre simili espressioni. Il concetto di uguaglianza non è forse stato la bandiera di molti moti rivoluzionari del (relativamente) recente passato? I francesi non hanno forse iniziato l’abbattimento della monarchia al grido di “libertà, uguaglianza, fratellanza”? Intere nazioni non hanno seguito il loro esempio portando così alle moderne grandi democrazie?
Fermiamoci un attimo e proviamo a chiederci, al di là di ogni pregiudizio ed emotività: è davvero così “vera” e “giusta” come sembra questa affermazione?
Osserviamo il mondo che ci circonda. È un inno alla diversità ed un ripudio dell’uguaglianza. Non solo esistono milioni di piante ed animali diversi tra loro, ma non esiste una margherita uguale all’altra, non esiste un tramonto uguale all’altro. Avete mai trovato un ciottolo o una conchiglia uguale all’altra? Una Natura che si è preoccupata di stabilire oltre ventimila specie di api e dodicimila di formiche può poi essersi decisa per la monotonia proprio in ciò che è l’espressione più alta delle sue creazioni? Infatti sappiamo che non è così. Ogni individuo che ha mai vissuto o vivrà su questa terra possiede un DNA diverso da qualunque altro (non per nulla la Polizia usa il DNA per identificare con certezza un colpevole), nessuno ha la stessa impronta dei polpastrelli delle dita di qualcun altro. Ci basta alzare la cornetta del telefono e identifichiamo a colpo sicuro il nostro amico o familiare dal caratteristico timbro della sua voce. Nemmeno i gemelli sono uguali tra di loro, come ben sa ogni madre che non ha mai difficoltà a distinguere l’uno dall’altro.
Naturalmente si dirà che quando si parla di “uguaglianza” tra persone ci si riferisce solo a dei principi o a degli aspetti generali. Per esempio, si dirà che tutti abbiamo bisogno di mangiare, di un lavoro, di sentirci liberi e così via. Che miopia! Anche in questi che sono considerati i “bisogni” comuni, in realtà c’è tanta differenza quanti sono gli individui.
Per alcuni mangiare significa “un pugno di riso”, per altri “antipasto, primo, secondo, due contorni, dolce, caffè e digestivo” (e, naturalmente, tutte le possibili sfumature intermedie). Per alcuni i nidi di rondine sono una prelibatezza, per altri un’immangiabile porcheria. Per alcuni mangiare una braciola di maiale è il sommo della delizia, per altri rappresenta la violazione ad un comandamento divino. Per alcuni mangiare una torta intera favorisce il buonumore, per altri può rappresentare il coma diabetico.
E per il lavoro è la stessa cosa. Per alcuni un lavoro ripetitivo è la scelta ideale, per altri è una noia mortale. Per alcuni lo stipendio fisso è fonte di tranquillità, per altri è una frustrazione. Alcuni amano il lavoro sedentario, altri hanno bisogno di essere sempre in movimento. Alcuni sono a loro agio lavorando da soli, altri hanno bisogno di sentirsi parte di un gruppo. Alcuni preferiscono guadagnare meno ma lavorare pochi giorni alla settimana, altri preferiscono un lavoro che li impegni tutto il giorno, sette giorni su sette, in cambio di un alto stipendio o di una posizione di prestigio.
Per la libertà il discorso non cambia. Alcuni si sentirebbero liberi se potessero avere anche solo qualche ora alla settimana a loro disposizione (pensate a una madre che deve accudire un figlio handicappato o ad uno dei tanti moderni schiavi di cui periodicamente i giornali si occupano). Ad alcuni basta andare a votare ogni quattro anni per sentirsi liberi, altri considerano schiavitù dover sottostare a un governo che non hanno scelto o a un governo che magari hanno anche votato ma che poi pensa solo ai propri interessi. Alcuni si sono sentiti liberi nei campi di sterminio nazisti o comunisti (perché potevano continuare, se non altro, a pensare con la propria mente), altri si sentono oppressi perché i genitori chiedono loro di tornare a casa entro una certa ora o perché i professori danno loro dei capitoli da studiare. Per alcuni libertà significa farsi un buco con una siringa o scolarsi una bottiglia di liquore, per altri è andare a cercare chi è malato o solo per dare un po’ di conforto. Per alcuni libertà è comprarsi auto di grossa cilindrata, per altri è dare il proprio denaro ai poveri. Per alcuni è libertà marinare la scuola, per altri sarebbe libertà se potessero andarci.
Nessuno è uguale a qualcun altro. Nemmeno nell’uso del linguaggio siamo uguali. Infatti, ognuno di noi non dà mai esattamente lo stesso significato che danno gli altri alle parole, pur della stessa lingua. La parola “moto” suscita l’avidità di un ragazzino, il disdegno in un anziano, l’odio in un padre che ha perso suo figlio investito da un motociclista, la paura in una madre ansiosa, richiama al proprio lavoro un meccanico motociclista, stimola la ricerca di nuove idee in un ingegnere della Moto Guzzi.
Ma anche ammettendo che queste cose non fossero vere, potremmo ugualmente dire che siamo tutti uguali solo per qualche vago elemento che abbiamo in comune? Sarebbe come dire che un aeroplano e una barca sono uguali perché tutti e due hanno il timone; che un elicottero e un minatore sono uguali perché tutti e due hanno le pale; che un transatlantico e Venezia sono uguali perché tutti e due hanno i ponti; che una bicicletta ed una porta sono uguali perché tutte e due hanno il campanello; che una giraffa e una bottiglia di vino sono uguali perché tutte e due hanno il collo; che Hollywood e il cielo di notte sono uguali perché tutti e due hanno le stelle; che un Jumbo Jet e una farfalla sono uguali perché tutti e due hanno le ali.
Qualcuno vorrà ancora insistere sull’uguaglianza in almeno alcuni campi o settori. Verrà in mente il classico “la legge è uguale per tutti” (lo dice anche la Costituzione, no?). Bella bufala. Se avete tanti soldi potrete rivolgervi ai migliori avvocati, se siete indigenti vi daranno un avvocato… di fresca nomina e di ben scarsa esperienza. Che avere un buon avvocato aiuti a vincere le cause è dimostrato dal fatto che quelli bravi si fanno pagare fior di quattrini. Se la legge non fosse influenzata dall’abilità degli avvocati, tutti avrebbero la stessa parcella (al ribasso). Anzi, molte volte, non avendo soldi preferirete subire delle ingiustizie (dalle banche, dallo Stato, ecc.) piuttosto che affrontare una causa per voi troppo onerosa. D’altra parte, se siete famosi, i vostri problemi con la legge finiranno su tutti i mezzi di stampa e verranno a conoscenza di tutti; mentre se siete gente qualunque, sarete generalmente ignorati. La legge è uguale per tutti? Provate a parlare male rispettivamente del vostro vicino di casa, del primario dell’ospedale, di un calciatore, di un uomo politico dello schieramento X e di uno dello schieramento Y, o di un giudice e poi vedrete se la legge è uguale per tutti (statisticamente è l’accusa di calunnia ad un giudice che vi vedrà quasi con assoluta certezza in galera e con le più alte penalità da pagare).
Non si tratta di semplice uso improprio del linguaggio, perché le parole che pronunciamo influenzano il nostro comportamento. Una delle conseguenze di questo concetto è rintracciabile nella frase espressa da molti genitori: “Io ho sempre trattato i miei figli allo stesso modo”. Ahi, ahi! Gravissimo errore pedagogico. I figli, in realtà, sono diversi l’uno dall’altro, pertanto dovrebbero essere trattati in modo diverso, proprio per garantire quel comportamento equo (non “uguale”) che dovremmo fornire loro. Se a un figlio basta leggere una volta un testo per capirlo e memorizzarlo, non servirà che l’aiutiamo a fare i compiti come con l’altro figlio il quale, poveretto, ha difficoltà a capire i concetti. Se un figlio sa amministrarsi bene la paghetta settimanale, non avrà bisogno di quella supervisione che richiederà l’altro figlio un po’ troppo prodigo. E che dire delle numerose problematiche con gli immigrati di colore? Forse se smettessimo di considerarli “uguali” e pensassimo a loro come persone con “diverse” culture, abitudini, sensibilità, valori, modi di pensare e di vedere le cose, probabilmente avremmo evitato molti errori e potremmo cominciare a comprenderli meglio (e viceversa).
Vi scandalizza pensare che sono “diversi” da noi? Ma se nemmeno le persone della stessa razza sono uguali! Non solo. Se ciò accade non è forse perché come non comprendiamo la parola “uguali” non comprendiamo nemmeno quella “diversi”? Da dove nasce la paura che ha la nostra cultura di questo termine? Dal semplice fatto che quando, parlando di due cose o persone, diciamo che sono diverse, la domanda che ci sorge immediata è: “beh, allora, quale dei due è superiore/migliore dell’altro?”. Non ci sfiora minimamente il pensiero che due cose possono essere diverse, molto diverse, eppure avere lo stesso valore! Sono uguali un diamante ed una pelliccia? No, eppure possono valere tutte e due la stessa somma. Sono uguali un transatlantico e una fabbrica di materiale elettrico? No, eppure tutte e due possono essere stimate lo stesso prezzo. Sono uguali un uomo e un altro uomo? Un uomo e una donna? Un bianco e un negro? Un negro e un giallo/rosso…? No, eppure il valore delle loro vite, ugualmente, non ha prezzo.
Anche se sono miliardi di persone a dirla una sciocchezza, un'idiozia rimane un'idiozia”. Se sostituissimo la falsa affermazione “siamo tutti uguali” con quella reale “siamo tutti diversi” si compirebbe all’improvviso uno straordinario balzo in avanti nella reciproca comprensione, rispetto e tolleranza. È l’ingannevole imposizione “siamo tutti uguali” che scatena incomprensioni, litigi e guerre più o meno fredde. L’accettazione del fatto che siamo in realtà profondamente diversi aiuterebbe la causa della pace più che qualunque manifestazione, accordo e legislazione.
Siamo tutti diversi. Per grazia del Cielo.
[1] Gioacchino Rossini, “Il barbiere di Siviglia”

Il presente articolo è stato pubblicato su Comunitazione il 29.02.2008

LA NEBBIA HA PROVOCATO L'INCIDENTE

(serie: Gli inganni nella comunicazione 1) - Le menti sono come i paracadute: funzionano solo quando sono aperte. A dispetto della nostra presunzione, la nostra è una società che accetta con molta facilità affermazioni false, ma comode.

Da che mondo è mondo, si sa, la parola è stata spesso utilizzata per ingannare le altre persone. Anzi “la parola” è stato il mezzo più utilizzato e più diffuso per imbrogliare sia nelle relazioni tra semplici individui sia nei rapporti tra nazioni. In questo, come negli altri articoli che comporranno questa serie, non vogliamo parlare degli inganni nella comunicazione di pertinenza dell’autorità giudiziaria (ad es. il millantato credito) o di quelli in cui comunque c’è una diretta intenzione di ingannare e l’autore ne è consapevole. Piuttosto, vogliamo attirare l’attenzione su quelle forme di comunicazione (espressioni d’uso comune, modi di dire, ecc.) che sono così ampiamente utilizzate e condivise da far sì che la stragrande maggioranza delle persone non ne percepisca l’inganno nascosto.

I giornali e tutti gli altri mezzi di informazione, quotidianamente, ci informano sulle numerose disgrazie che accadono in ogni angolo del nostro pianeta. Ecco alcuni esempi di come queste notizie vengono descritte.
“Alle prime luci dell’alba il fondo ghiacciato ha tradito quattro giovani che tornavano a casa dopo aver passato la notte in discoteca. La Fiat Ritmo alla cui guida c’era un giovane che da soli sei mesi aveva preso la patente, a causa di un sottile strato di ghiaccio che si era formato nella notte per l’abbassamento improvviso della temperatura, è uscita di strada andandosi a schiantare contro un muretto di cinta. Per nessuno dei quattro giovani c’è stato più niente da fare...”
La nebbia ha funestato ancora una volta il ponte di Pasquetta. Un maxi tamponamento ha coinvolto lungo l’autostrada Roma-Napoli oltre 150 tra autovetture e camion. Quando una betoniera ha bruscamente rallentato per non investire un’autovettura ferma sulla corsia di emergenza per una foratura, le macchine che seguivano, accortesi all’improvviso di tale manovra, a causa della fitta nebbia che gravava sul posto, hanno dato il via a una serie di tamponamenti. Terribile lo spettacolo che si è presentato alla vista dei soccorritori accorsi sul posto. Tre morti e decine di feriti è il tragico bilancio, che potrebbe comunque peggiorare poiché una dozzina di feriti versa in gravissime condizioni…”
L’improvviso cedimento del terreno ha tradito un villeggiante provocandone la morte. L’uomo si era avvicinato al ciglio di una scarpata sul Monte Cetona, durante una scampagnata con la famiglia, per meglio ammirare il paesaggio sottostante…”
Apparentemente si tratta di concetti espressi in maniera appropriata. In realtà sono estremamente ingannevoli perché distolgono l’attenzione dalla loro vera causa, indicano un falso colpevole e tacciono su quello vero. In pratica, sono concetti che deresponsabilizzano le persone, le cullano nell’illusione di non essere loro la causa di molte disgrazie e, alla fine, impedendo l’identificazione della corretta soluzione, non fanno altro che perpetuare il loro avverarsi.
I quattro giovani non sono morti “per colpa del ghiaccio”, ma “per colpa loro”, perché evidentemente correvano troppo veloci e troppo spavaldamente per le condizioni atmosferiche del momento. È normale che un repentino abbassamento della temperatura formi uno strato di ghiaccio sull’asfalto. È da incoscienti non tenerne conto, ma è ancora più da incoscienti far credere ai giovani (e agli altri automobilisti) che queste disgrazie accadono per pura fatalità.
Il maxi-tamponamento non è dovuto alla nebbia, ma alla imbecillità dei guidatori che corrono lungo le strade come se fossero loro gli unici a percorrerle e come se si trovassero in una giornata di pieno sole. Incoscienti i giornalisti che diffondono la convinzione della nebbia “crudele”.
Il villeggiante non è morto perché il ciglio ha ceduto, ma perché lui, da perfetto sconsiderato si è messo a camminare là dove non avrebbe mai dovuto farlo. Nessuno è mai precipitato nel burrone al quale non si è avvicinato.
Esistono, poi, altre espressioni molto comuni il cui contenuto ingannevole è ancora più nascosto. Ad esempio:
La concorrenza cinese mette in ginocchio l’intero comparto delle calzature...”
Alcol e droga sono le principali cause di morte tra i giovani…”
Sembrano così logiche, così veritiere! In realtà indicano la causa finale anziché quella originale. Un po’ come quando su dice di un accanito fumatore “l’ultima sigaretta l’ha ucciso”. Mica vero, sono state le migliaia e migliaia di sigarette fumate nel corso degli anni che l’hanno fatto!
È vero che i prodotti cinesi hanno conquistato mercati che prima erano nostri (compreso quello di casa nostra), ma non è forse (più) vero che siamo stati noi a lasciar loro lo spazio? Non è forse vero che le aziende italiane, anche nel ventunesimo secolo, sono ancora micro parcellizzate, sottocapitalizzate, gestite in maniera padronale, basate sulla gestione dell’emergenza e della quotidianità anziché su quella della programmazione? Non siamo andati avanti per anni reclamando sempre più soldi e meno lavoro, contribuendo così a ridurre costantemente la competitività del nostro sistema industriale? Non ci troviamo davanti, da una parte, ad imprenditori che (generalmente parlando) hanno sempre considerato la formazione e la motivazione del personale uno spreco di denaro e, dall’altra, a dipendenti che (generalmente parlando) portano al lavoro il loro corpo ma non la loro mente né il loro cuore? Colpa dei cinesi? Che frottola! Che bugia auto-assolutoria.
È vero che le statistiche ci dicono che l’alcol e la droga sono la principale causa di morte tra i giovani (direttamente o indirettamente parlando), ma il ricorso all’alcol e alla droga non sono forse la fuga dalle difficoltà di una vita alla quale i genitori non preparano più i loro figli? Non è forse la ricerca di un surrogato per un’esistenza priva di valori e, quindi, di significato? La principale causa di morte tra i giovani è stata la distruzione della famiglia e l’incapacità, anzi, peggio ancora, il disinteresse di troppi padri e madri a fornire una guida ai propri figli, a chiedere loro di assumersi delle responsabilità, di fare dei sacrifici, di imparare a lottare.
È sempre stato tipico delle persone deboli e irresponsabili cercare un capro espiatorio per le proprie colpe: il fratello maggiore da la colpa del vetro rotto al minore (o viceversa); il capoufficio da la colpa della mancata evasione di una pratica ad un collaboratore; il governo incolpa delle difficoltà economiche i propri cittadini torchiati dal fisco, ma visti tutti come evasori fiscali. “Passare la patata bollente” è uno degli sport preferiti da un popolo di sportivi sedentari. Ma è tutto un inganno. Finché non avremo il coraggio di guardarci allo specchio per un’onesta introspezione non saremo in grado di trovare vere soluzioni ai nostri veri problemi.


Il presente articolo è stato pubblicato su Comunitazione il 19.01.2008